Sulle tracce delle reliquie di San Nilo e San Bartolomeo.

Spesso osserviamo le cose e gli spazi senza pensare a quello che erano o a come erano.
Spesso, così, osserviamo il nostro paese nel giorno della festa più importante: In una sorta di rituale tramandato nelle generazioni, seguendo gli usi e le abitudini del tempo, mutando fortunatamente senza,però, perdere di vista la nostra Storia.
La storia di Rofrano parte da lontano e tanti, forse, nemmeno la conoscono. Se vogliamo apprezzare quello che abbiamo, però, dovremmo partire dalla nostra Storia studiandola con avida curiosità, indagando nel passato e valutando qualsiasi ipotesi plausibile, perché questa storia è avvolta nel mistero e meriterebbe studi e ricerche approfonditi .
Non c’è dubbio che Santa Maria di Grottaferrata sia il filo conduttore di questa storia che ha inizio attorno all’XIII secolo quando, un gruppo di monaci in fuga dall Oriente, trovarono qui le condizioni ottimali per edificare un cenobio basiliano. Un elemento chiaro di questa storia è il legame che resta e resterà per sempre tra Rofrano, nel Cilento, e Grottaferrata, in provincia di Roma, dove ancora vivono una comunità di Monaci Basiliani che, li nell’abbazia di San Nilo, continuano a celebrare i Sacramenti cristiani in rito bizantino.
Immaginate mille anni fa Rofrano come un centro importante, una sosta per chi magari dal sud voleva dirigersi verso Roma. A quei tempi si mise in cammino da Rossano Calabro il giovane Nicola che nel suo peregrinare sostò e studiò in vari monasteri, si suppone anche a Rofrano, fino a raggiungere San Nazario dove divenne monaco col nome di Nilo. Nella sua straordinaria vita il Santo padre Nilo conobbe Bartolomeo nel monastero di Montecassino. Giunsero insieme vicino Roma nell anno 1000 e si narra che la Madonna apparve loro, chiedendo l’edificazione di una Chiesa.I due monaci, in virtù dell’apparizione, chiesero ed ebbero in concessione dai conti di Tuscolo le rovine di una antica villa romana e iniziarono a costruirla.
Nilo morì nel 1004 all’eta di 96 anni e non riuscì a vedere completata l’opera.
Bartolomeo e gli altri monaci che si erano uniti a loro completarono la Chiesa, che fu consacrata da Papa Giovanni XIX nel 1024 .Bartolomeo divenne il primo abate e qui mori forse nel 1055.
Le spoglie mortali di San Bartolomeo furono messe nella cripta ferrata, nel monastero laziale, accanto a San Nilo. Successivamente loro resti furono posti in un urna d’argento che alla fine del XIV secolo venne ritrovata vuota, da questo momento è scomparsa ogni traccia delle reliquie dei Santi.
Citando San Nilo: “non basta gridare contro le tenebre bisogna accendere una luce” tentiamo oggi di mettere qualche sospetto in chi cerca queste reliquie e chissà che un vago sospetto possa veramente dare luce a un mistero che dura da secoli.
Con il famoso crisobollo di Ruggero II del 1131 venne concesso all’abate Leonzio, commendatario dell’abbazia di Grottaferrata, il potere temporale sui territori di Rofrano riconoscendolo, di fatto, come feudo governato dai monaci. Per secoli Rofrano e Grottaferrata hanno vissuto la stessa storia: l’abate commendatario gestiva e controllava sia Rofrano che Grottaferrata. Di questo porta testimonianza la lapide piscatoria conservata nel museo dell’Abbazia di Grottaferrata, fatta incidere dall’abate Nicola II che volle l’iscrizione dei primi tredici abati, partendo da fondatore San Nilo fino appunto a Nicola II che accanto al proprio nome fece scrivere la seguente frase: "Assunsi la carica di egumeno io Nicola, signore di Grottaferrata e di Rofrano l'anno 1131". Un’ulteriore prova di questo legame viene dal suo successore Nicola III, abate dal 1140 al 1153, definito rufranites.
Nella seconda metà del XV secolo l’abate commendatario Giuliano della Rovere, futuro papa Giulio II, volle realizzare la fortificazione dell’abbazia di Grottaferrata e per finanziare il progetto, l ’11 gennaio 1486, vendette il feudo di Rofrano eccezion fatta delle Chiese e del monastero, a Aniello Arcamone il quale, nel 1490, vendette a sua volta il feudo a Giovanni Carafa di Policastro. Carafa assunse anche il potere spirituale del feudo nominando un prete come suo vicario. Iniziò una lunga controversia che nel 1583 costrinse papa Gregorio XIII a inviare il commissario Apostolico Silvio Galassi nel tentativo di risolvere le diatribe tra monaci e feudatario. Ne risultò che Rofrano fu annesso alla diocesi di Capaccio e i monaci furono costretti a lasciare il monastero (che divenne palazzo Baronale) per rifugiarsi in quello di Montesano: da questo momento in poi il destino delle due abbazie si divide e il rito bizantino con i monaci basiliani scompaiono definitivamente da Rofrano. Nella sua relazione Silvio Galassi ci racconta anche in che condizioni erano le Chiese di Rofrano e cosa custodivano ed ecco che, per la prima volta, si parla delle reliquie dei Martiri conservate nella Chiesa di Santa Maria di Grottaferrata. Sorge subito il primo dubbio: perché conservare le reliquie dei Martiri proprio in questa Chiesa e non nella Chiesa della Madonna dei Martiri in piazza Cammarano? Ma, soprattutto, chi sono i Martiri? E come mai abbiamo le reliquie ma non abbiamo Santi Martiri nelle nostre Chiese? Quando sono arrivate a Rofrano?
Il dubbio che qualcuno abbia voluto custodire proprio qui le reliquie dei padri fondatori dell’abbazia di Grottaferrata è forte anche perché l’abbazia di Grottaferrata era anche Rofrano (??) e se lì era continua preda di saccheggi e incursioni tanto da fortificarla, qui fortificato già lo era e certamente le incursioni erano minori una volta trasferite, quindi, qui le reliquie sarebbero state certamente più al sicuro.
A un certo punto della storia, inoltre, quando dal rito greco si stava passando al rito latino il monastero da Santa Maria di Rofrano iniziò a chiamarsi Santa Maria di Grottaferrata. Alcuni monaci passarono al rito latino e costruirono una statua di mattoni e calce per raffigurare l’immagine sacra da venerare al posto del’icona bizantina.
In questi giorni di festa quando la statua che venerano oggi i rofranesi, quella che fu commissionata, nella seconda metà del’XVII secolo allo scultore napoletano Francesco Saverio Citarelli, quando questa vera e propria opera d’arte è nel Santuario della Madonna di Grottaferrata si possono scorgere oltre mille anni di storia del nostro Grande Paese in unica fotografia.
Qualcuno ritiene che le reliquie dei Santi furono disperse nell’ossario comune del monastero di Grottaferrata, altri ritengono che furono nascoste dagli stessi monaci in un posto sicuro del quale si è persa la memoria, altri invece sono certi che le reliquie sono ancora davanti a noi e che non riusciamo a riconoscere gli elementi per identificarle.

“...l’orma del sandalo impresse sul nostro suolo da’ Basiliani furon cancellate dal tempo: e si avvera qui pur una vota, che un mistero avvolge come la generazione, cosi tutte le origini...” (Can. Domenicantonio Ronsini).

Teodoro Caputo

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