Dove le lontre erano fate ... o viceversa!

Il nostro viaggio di oggi prende spunto da una leggenda che narra la storia di alcune fanciulle biondissime e bellissime che spesso si incontrano vicino a torrenti dalle acque limpide e pulite. Hanno anche un'altra caratteristica: quella di avere un corpo così etereo da non lasciare addirittura nemmeno l'ombra. Spesso portano dei mazzolini di fiori colorati hanno una voce stupenda cantano divinamente e soprattutto sono in grado di predire il futuro. Qualcuno, si dice nel corso dei secoli, sia riuscito addirittura a sposarle… non bisogna però far loro nessuna domanda perché in questo caso sparirebbero per non tornare mai più.

Molti sostengono di conoscerne il segreto: dicono che siano delle lontre che, uscite dall'acqua, si trasformano in splendide ragazze. Altri invece, al contrario, che siano in realtà delle fate che una volta tuffate in acqua si trasformano in lontra; certo è che in passato questi incontri non erano rarissimi oggi invece lo sono diventati forse perché sono poche le persone che credono ancora nelle leggende. Così in questi ambienti è ancora possibile vedere una lontra che non sia solo frutto della nostra immaginazione ma se ciò vi dovesse accadere chiudete subito gli occhi perché davvero potrebbe essere una fata, infatti in tutta Italia si pensa sopravvivano allo stato libero solo un centinaio di esemplari estremamente elusivi con un olfatto così sviluppato da sembrare creato apposta per sfuggire alla nostra presenza. Il nostro viaggio di oggi inizia proprio sul corso di uno di questi fiumi che numerosi percorrono il territorio del Cilento. Sono spesso brevi ma limpidi e cristallini e scorrono sui terreni poco permeabili del flysch cilentino: un insieme di rocce di diversa natura che si sono formate molto tempo fa con i depositi accumulati nel fondo del mare e successivamente spinti in superficie dai movimenti della crosta terrestre. Sono loro, i corsi d’acqua, i veri protagonisti di questa area, decretata nel 1991 parco nazionale;. ne hanno determinato in misura considerevole il paesaggio che oggi si presenta ai nostri occhi aspro e selvaggio, ricco di orridi, di gole e di inghiottitoi che il continuo ed energico scorrere delle acque ha creato nel corso dei secoli. Siamo a Sud-Ovest, proprio a ridosso della costa alle spalle di Capo Palinuro; qui le gole scavate dal fiume Mingardo ci offrono uno spettacolo impressionante. Le spaccature della roccia, ripide e scoscese, sembrano quasi toccarsi mentre sulle loro pareti vediamo i pochi alberi che sopravvivono, tenacemente abbarbicati al terreno. In cima, possiamo ammirare San Severino di Centola un piccolissimo borgo ormai abbandonato. Visse il suo massimo splendore nel periodo medioevale quando le popolazioni cercavano rifugio nell'entroterra per sfuggire agli attacchi nemici provenienti dal mare. Si trova a strapiombo sulla riva destra del fiume Mingardo su quella che per il suo aspetto terrificante viene chiamata Gola del Diavolo e proprio per questa sua eccezionale posizione consentì per lungo tempo il controllo e la difesa di tutto il territorio circostante. Nel corso dei secoli, con l'avanzare degli eventi, perse la sua importanza strategica ed ebbe così inizio la sua graduale decadenza; dopo la fine della seconda guerra mondiale il borgo fu definitivamente abbandonato dai suoi quattrocento abitanti che spaventati dai frequenti smottamenti si trasferirono più a valle e da allora San Severino è rimasto inanimato, immobile nei secoli a sorvegliare la valle come una diligente sentinella del tempo. Di fronte a noi, sulla riva opposta del fiume Mingardo, si erge l’importante bastione chiamato Monte Bulgherìa. L’ascesa alla sua cima più alta, 1225 metri, non è difficoltosa e da qui il panorama è davvero mozzafiato; abbraccia tutta la valle del Mingardo che ci appare costellata da graziosi paesi. In fondo sul lato opposto, sopra Rofrano, spicca l'importante massiccio che occupa la parte sud-orientale del parco del Cilento: il Cervati. La sua mole è imponente, tanto da essere considerato il gigante di tutto questo comprensorio. La sua grande cresta, il monte Cervati, raggiunge quasi i duemila metri di altezza e rappresenta la vetta più alta di tutta la Campania. Risalendo i sui pendii attraversiamo una straordinaria successione di ambienti naturali: cespugli di rosa canina si alternano a piccole distese di lavanda, i pianori carsici precedono i boschi di ontario napoletano le cui chiome sono agitate dal vento; salendo ancora estese faggete ricoprono i fianchi del monte interrotte nei punti più alti da costoni di roccia calcarea e da pascoli aridi e sassosi. In questo paesaggio, in cui il silenzio è rotto solo dal rumore del vento e dal canto degli uccelli, nascosta tra le rupi incontriamo una piccola grotta che da molti anni custodisce la statuina della Madonna della Neve. E’ la meta di molti pellegrini che ogni anno arrivano fin quassù per rivolgerle le proprie preghiere donando in cambio oggetti in segno di devozione e gratitudine.


Autore: Licia Colò
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rofrano, leggende, lontra

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